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VVV: il vampiro della bergamasca

VVV: il vampiro della bergamasca

Chi non ha sentito storie di spiriti la sera nei campeggi? Anche mia nonna raccontava di una locomotiva fantasma che decollava a razzo dietro la fattoria dov'era nata e cresciuta, ma ora, come se un'imprevedibile autorità… Ecco, questa è la prima cosa che mi è venuta in mente appena conosciuto l’argomento della Cover Story, e mentre risuonava in testa questa frase citata da Roy Brady in Ghostbusters, ho realizzato come nel mio paese, rispondente al nome di Bottanuco, ha origine una delle vicende di “orrori di provincia” più importante della storia d’Italia. Non che ne vada fiero ovviamente, ma merita di essere raccontato per chi non ne conosce i dettagli.

La ridente Bottanuco d’inizio XX secolo.

LA STORIA ALL’EPOCA DEI FATTI

Bottanuco, 11 aprile 1849, nella campagna dell’isola bergamasca vede la luce Vincenzo Verzeni (sua l’immagine in apertura), in una famiglia di contadini. Il bambino però non nasce proprio sotto i migliori auspici, il padre è un alcolizzato e la madre è affetta da epilessia. Passano gli anni e Vincenzo cresce in un contesto difficile, ma la sua vera natura si rivelerà solo intorno alla maggiore età, quando in un raptus di violenza cercherà di mordere al collo sua cugina Marianna nel sonno, tentativo reso vano solo dalla prontezza della ragazza che, urlando, mette in fuga il cugino. Questo però non servì a fermarlo, anzi, fu proprio l’inizio di tutta questa storia.
Arriva il 1869: Verzeni prima viene denunciato da Margherita Esposito per aggressione e poi da Angela Previtali per rapimento (quest’ultima viene fortunatamente liberata), ma la polizia non procede all’arresto, facendo cadere le accuse lasciando così in circolazione una persona altamente pericolosa, che colpirà in maniera decisamente più grave.

8 dicembre 1870, viene ritrovato il cadavere della giovanissima Giovanna Motta, allora quattordicenne, mutilata in più punti, dove oltre a mancare una buona parte di un polpaccio sono stati asportati i genitali e il collo presenta vari morsi. Insieme al corpo vengono rinvenuti pure spilloni, facendo pensare a una forma di sadomasochismo parafiliaco. Passa un altro anno e Verzeni viene segnalato per l’ennesima volta alla polizia per aggressione, facendola ancora franca, finché nel 1872 viene ritrovata l’ennesima vittima, rispondente al nome di Elisabetta Pagnoncelli, che presenterà gli stessi segni lasciati nel precedente omicidio, ovverso morsi, brandelli di carne e organi mancanti.

Solo nel 1873 venne arrestato, soprattutto dopo le pressioni della popolazione locale, stanca e impaurita da questa serie di eventi che aveva destabilizzato le vite di quel paesino. Condannato alla pena di morte, sfuggì però alla sentenza modificata in ergastolo e la sua detenzione venne così sfruttata per studiarne il profilo psicologico. Tale ricerca scientifica fu affidata nientepopodimeno che a Cesare Lombroso, il quale ne stilò uno stato mentale e psichiatrico ben dettagliato riassumendolo in "un sadico sessuale, vampiro, divoratore di carne umana". Lo stesso Lombroso cercò di utilizzare Vincenzo Verzeni come prova della sua tesi, basata sul fatto che alcuni criminali lo fossero perché portati atavicamente a esserlo, e non solo poiché condizionati dall’ambiente da cui provenivano.

Il caso però fu di grande aiuto per la catalogazione e studio dei successivi reati imputati a serial killer, sul cercare di comprenderne i profili psicologici e i modus operandi, creando una grande discussione filosofica e razionale alla ricerca di risposte sulla fonte di queste devianze, portando a scegliere il male piuttosto che comportamenti razionali. L’importanza era soprattutto riuscire a identificare nuovi parametri che esulassero dal solo contesto sociale, che prendessero in considerazione pure condizioni mentali e fisiche, ampliando lo spettro di possibilità anche a classi più privilegiate e agiate, fino a quel tempo escluse da determinati ragionamenti a priori.

Cesare Lombroso: medico, antropologo, filosofo, giurista e criminologo italiano, praticamente l’Iron Man del XIX secolo.

Sicuramente fece scalpore anche all’epoca la commutazione della sua pena da capitale a ergastolo, poiché durante il processo uno dei giurati si oppose alla soppressione dell’imputato a favore di una detenzione a vita. Causò indignazione soprattutto dopo le dichiarazioni dello stesso omicida: «Io ho veramente ucciso quelle donne e ho tentato di strangolare quelle altre, perché provavo in quell'atto un immenso piacere. Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte colle unghie ma con i denti, perché io, dopo strozzata la morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con cui godei moltissimo».

Come nei migliori racconti dell’orrore, anche la morte del protagonista di questa storia fu oggetto di mistero. Benché venne dichiarato morto suicida nel manicomio di Milano il 13 aprile del 1874, voci contrastanti sostentevano che venne trasferito nel carcere di Civitavecchia, ma i giornali dell’epoca, soprattutto il quotidiano locale del paese natale del condannato (L’Eco di Bergamo), nel periodico del 3 dicembre 1902 citava: «La popolazione di Bottanuco è terrorizzata al pensiero che Vincenzo Verzeni, lo squartatore di donne, ha quasi ormai finito l'espiazione della pena, che dall'ergastolo, fu convertita in 30 anni di reclusione. Il lugubre ricordo delle gesta sanguinose del Verzeni è ancora vivo in Bottanuco e nei paesi circostanti».

La conferma della sua sopravvivenza al suicidio avvenne con il suo atto di morte ufficiale rilasciato dal Comune di Bottanuco, che in data 31 dicembre 1918 ne certificò il decesso. Sembra un ossimoro, ma fino a quel momento lui non fu altro che un fantasma per i più, come un'ombra a mezzogiorno.

LA STORIA AI GIORNI NOSTRI

Sono molte le leggende che negli anni si sono susseguite in paese, dove sin da bambino le storie sul Vampiro della bergamasca riempivano i vari pigiama party, campeggi o gite che vedevano riuniti gruppi di ragazzini piuttosto suscettibili. Molti lo identificavano come “il primo serial killer documentato della storia italiana”, come se fosse un orgoglio di cui vantarsi con i parenti o conoscenti lontani, altri lo utilizzavano per creare storie ad hoc per spaventare gli amici meno coraggiosi, mischiando i fatti praticamente sconosciuti con quelli più famosi di personaggi di fantasia come Jack lo squartatore o Dracula.

I genitori o i nonni lo dipingevano come Uomo Nero, Babau, Gatto Mammone, Bogeyman, scegliete quello che preferite, per spaventare i propri figli o nipoti nel caso sgarrassero o combinassero qualche guaio.
Nelle storie faceva sempre coppia con Fra’ Remigio, un frate maledetto che trascinava le persone in tunnel sotterranei, scavati sotto il fiume Adda, per poter così attraversare tra la provincia di Bergamo e quella di Milano senza problemi. Ma questa è un'altra storia.

Addirittura qualche ristoratore ha cercato di sfruttarne l’immagine per crearne prodotti a tema, come una birra, ritirata dopo sentite proteste da parte dei parenti più prossimi dell’assassino, per non parlare di documentari e libri che raccontano molto meglio i fatti dell’epoca.

In questo caso le violazioni dei diritti d’immagine e d’autore si sprecano, but business is business.

Come se non bastasse, per continuare a sottolineare quanto particolare sia la relazione di Bottanuco con gli orrori di provincia, negli ultimi vent’anni il paese continua ad avere un record negativo riguardo a questi tipi di vicissitudini, tanto per sottolineare quanto questa zona, benché sinonimo di campagna (apparente) tranquillità e laboriosità, sia stata protagonista di fatti di cronaca nera, come se maledetta dopo gli avvenimenti raccontati qui sopra.

Non vorrei sembrare sensazionalista, ma quando queste storie ti vedono coinvolto in prima persona è sempre difficile trovare un equilibrio nel gestire la narrativa e, soprattutto, trovare un finale adeguato. Ma citando Rossella O'Hara, dopotutto domani è un altro giorno.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata agli orrori di provincia e al folk horror, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Orrori di provincia | Cover Story

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