Black Lagoon non è un paese per signorine
I freddi dati tecnici ci dicono che Black Lagoon è un manga tutt’ora in pubblicazione (con templi biblici di attesa tra un volume e l’altro, mortacci sua) creato nel 2002 da Rei Hiroe, autore senza particolari successi al suo attivo fino a quel momento, con una serie anime all’attivo ad opera di quella ormai nota corazzata che risponde al nome di Madhouse.
Per me Black Lagoon è quell’anime che BANG! BANG! Fu[]ing motherFU[]ER!! I fu[]ing kill you!! Bastard!! BLAM! RATATATATA!! BOOOOOM!!
E se vi secca che io abbia riciclato l’incipit dallo scorso articolo: denunciatemi, tanto questo è il mese della pirateria!
Pubblicato nel 2002 e carico della cazzimma che l’intrattenimento disegnato giapponese mostrò a partire dagli anni Novanta, quando gli eroi della golden age, tutti valori inossidabili, gentilezza per i deboli e disprezzo per i forti, erano stati temperati dalla disillusione feroce dei “decenni perduti”.
Esemplare il fatto che il personaggio che dovrebbe esprimere il punto di vista del lettore, Rokuro “Rock” Okajima, è un giovane salaryman di buona famiglia che, usato e scartato come una pedina sacrificabile dal proprio datore di lavoro, tiratosi fuori da una trappola mortale, alla proposta di “rientrare nei ranghi” di un solido percorso di carriera mostri un neanche tanto metaforico dito medio e presenti il suo curriculum alla sparuta ciurma di trasportatori/contrabbandieri/pirati (e suoi precedenti rapitori) della Lagoon Company. Meglio stare con criminali che se ti devono ammazzare, almeno ti guardano in faccia, che continuare a vivere, e probabilmente morire, come un numero tra numeri
Black Lagoon è quindi esattamente quel tipo di manga shonen che diventa dominante da quegli anni fino ad oggi, un manga di emarginati a partire dal capo della Lagoon Company “Dutch” (vero nome sconosciuto), un ex militare di colore estremamente ferrato in negoziazione, diplomazia e decorare i muri di interiora altrui grazie ad armi di grosso calibro; Benny geniaccio, pilota, meccanico e hacker di prima categoria e, soprattutto Revvy “Two Hands” (Rebecca Lee, per chi ha deciso che gli puzza vivere), il “muscolo” della compagnia, pistolera e picchiatrice priva di paura e freni.
Per le autorità un massacro, per Revvy “martedì”
Disadattati che si sono fatti le loro regole e non vivono PER quelle, ma vivono GRAZIE a quelle, usandole non come faro in un mare oscuro di melma, ma come mirino per decidere chi ammazzare e chi no facendosi largo in questo fiume ininterrotto di “Libri di Sangue” continuamente in piena e perennemente teso a spingerli sotto che è la fittizia citta/isola/stato di Roanapur (Thailandia?).
Queste regole autoimposte e personali sono immediatamente riconosciute e condivise dai vari comprimari: il Capo Chang, carismatico leader delle Triadi a Roanapur e, probabilmente, ex-poliziotto di prima classe deluso da tutto quello in cui si dovrebbe credere; la Comandante Balalaika (ooook… i giapponesi continuano a non essere primi in classifica in “nomi stranieri credibili”) prima ufficiale sul campo della Grande URSS ed ora referente di “Hotel Moscow”, una delle compagini mafioso/politico/militari emerse al suo crollo; e poi tutto il sottobosco di killer, “aggiustatori” e ruffiani pittoreschi che sono parte di questo ecosistema.
Ed in più lo spolverino gli sta da dio
Tutti, dal primo all’ultimo, che riconoscono e si riconoscono in queste regole che non sono più quelle della “civiltà” ma sono solo più degli uomini. Rock compreso, che non abbandona la sua camicia immacolata e la sua cravatta arrivando ad ammettere che alla fine lo fa solo perché è un “pervertito” che vuole imporre la sua morale “da brava persona” solo per sé stesso. Per vedere fino a che punto le sue capacità gli permettono di farlo.
L’etica di Black Lagoon è l’etica dei guerrieri di mare, pirati, corsari o razziatori che siano, tutti confinati sulla stessa barca. È di fatto la stessa di One Piece (di cinque anni precedente), solo con più parolacce e persone ammazzate male: ci sono persino gli scontri tra alleati quando le “regole” entrano in conflitto, come Zoro ammonisce Rufy su quali linee non vanno oltrepassate quando si è una ciurma e Rufy lo farà con Usop, così Rock fisserà negli occhi Revy dalla parte sbagliata di una pistola e Benny, con le mani in tasca, ricorderà a Rock che lui, e tutto il mondo, se ne frega della sua morale.
La definizione stessa di Power Meido
Altro tratto tipico della nuova generazione shonen, le donne di menare. In Black Lagoon NESSUN maschio sano di mente farà mai il furbo con una donna armata, concetto che verrà chiarito fin dal primo consistente arco narrativo, quando persino le armi da fuoco taceranno nel momento del confronto tra le “tre donne più terrificanti della terra”: Revvy, Balalaika e Roberta, la cameriera-terminator che per ben due volte sarà responsabile di una guerriglia urbana.
Rimediare al calo delle vocazioni
Concetto che verrà poi periodicamente ribadito per bocca (da fuoco) della discutibile suora Eda e dalla sua altrettanto improbabile Madre Superiora, dalla killer armata di kukry Shenhua a Sawyer, la “ripulitrice” appassionata di motoseghe. Nella esotica Roanapur, o comunque in vicinanza dei suoi abitanti (anche in trasferta), di “principesse in pericolo” se ne vedranno molto poche e, anche quelle poche, saranno sempre pessime notizie per i maschi poco furbi.
E poi cos’altro… ah, sì, neo-nazisti ammazzati a mucchi.
Sono una persona semplice, certe scene mi commuovono sempre
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai pirati, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.